Dissonanze cognitive, De Luca e De Gregori, quando le parole non si accordano con le idee e i sentimenti

da Giuseppina Brandonisio

Dissonanze cognitive: un titolo diverso dal solito in un magazine che si occupa di musica, cultura, arte e varia attualità. Ma se è vero che esistono leggi che regolano l’universo, in un reciproco scambio guidato in gran parte dalle azioni, dalle intenzioni e dalle decisioni umane, oggi mi tocca constatare, con immenso rammarico, che l’essere umano, pur di non contraddire ciò in cui ha sempre creduto, giunge a negare la realtà per non rinnegare sé stesso. Erri De Luca, scrittore, Francesco De Gregori, cantautore, hanno fatto questo, tra mille contorsioni semantiche, della serie: «Definisci bambino», o attraverso il non detto.

Lo scrittore napoletano poi ha chiesto scusa per aver negato o minimizzato ciò che sta accadendo a Gaza, ma solo dopo essere stato aspramente (giustamente) subissato dalle critiche, la disapprovazione e il disprezzo per ciò che ha affermato.

Le giustificazioni di Erri De Luca su sionismo e Gaza

Le sue giustificazioni appaiono blande:


«Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l’eliminazione dello Stato d’Israele dalla carta geografica è antisionista».


Le mie obiezioni alle dichiarazioni di De Luca

Allora, verrebbe subito da obiettare.

La scelta e l’utilizzo delle parole

Ricondurre il tutto a un abile gioco di parole non serve ad altro, se non a mascherare la sua posizione, per niente neutrale e nemmeno chiara, quando dice: “Non è mia intenzione offendere chi sostiene la causa palestinese”. In pratica lo fa, l’adombra e poi ci aggiunge il “contentino”, dicendo: “che naturalmente condivido”.

Uso strategico del sillogismo: assolutizzazione

Affermare che antisionista sia chiunque voglia “cancellare Israele dalla carta geografica” e che, oggi, essere sionista in Italia sia una maledizione, non è soltanto cerchiobottismo ma una vera legittimazione dell’azione israeliana contro il popolo palestinese. Infatti, se antisionista è chiunque intende cancellare lo Stato d’Israele dalla carta geografica, ecco che si compie la magia sillogistica et voilà: siamo tutti sionisti, siamo tutti con Israele, che ha il diritto di difendersi dalla minaccia della cancellazione.

Colpo di semantica finale

Infatti, nessuno vuole la cancellazione dello Stato d’Israele (probabilmente non lo vuole fino in fondo nemmeno Hamas), sionista o meno che sia. Ma spostare lo sguardo mondiale sul «più semplice e basilare diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria» – lo legge a occhio nudo chiunque, anche un semianalfabeta funzionale, se mi posso permettere –, non fa che legittimare la ragione nazionalista dell’estrema destra che, a parole, De Luca afferma di non condividere e che, nei fatti, sta uccidendo uomini, donne e bambini, non dei terroristi. Per questo, Israele sta compiendo un genocidio, attuando un piano programmato di pulizia etnica, e non un massacro dovuto a una semplice fatalità!.

Sionisti e antisionisti

L’OLP , nel 1993, ha riconosciuto ufficialmente lo Stato d’Israele. Dunque, se nemmeno l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina intende cancellarlo dalla cartina geografica, sarebbe sionista come tutti, E ancor più sionista di chi si dichiara sionista solo a parole, visto che gli accordi per la creazione dei due stati sono stati firmati nei fatti. Accordi di seguito sospesi a causa delle mire espansionistiche d’Israele, che nel frattempo attacca per guadagnarsi sempre più lembi di terra, anche il Libano.

Il terrorismo usato come pretesto

Dunque, sia i terroristi di Hamas sia Hezbollah fanno comodo: a Israele, politicamente; a Erri De Luca, dicotomicamente, quel tanto che basta per tirarli fuori dalla netta, significativa incoerenza tra parole, intenzioni, idee e azioni.
Per questo si è scatenata la critica feroce del mondo contro lo scrittore: chi di polarizzazione ferisce, di polarizzazione perisce; giustamente, direi.


    La vicenda De Gregori – Springsteen: la politica nella musica

    Passiamo ora ad analizzare la vicenda De Gregori-Springsteen: il primo ha detto del secondo di trovarlo imbarazzante, come sono imbarazzanti tutti gli artisti che fanno politica. E mentre il vento dell’ignavia soffia ancora una volta nei meandri della musica italiana (si veda il caso Delia del Primo Maggio), sui social si diffonde, tra gli altri, un meme che immagina Springsteen che telefona a De Gregori per chiedergli se può continuare il suo tour, per non imbarazzarlo.

    Ma De Gregori da che parte sta?

    Insomma, il De Gregori di “Generale” rimprovera a Springsteen di utilizzare le canzoni per protestare contro Trump: sarà un filo-trumpiano?

    I vecchi fantasmi di Francesco De Gregori: il Palalido (1976)

    Quelli di De Gregori sono vecchi fantasmi che ritornano: il 2 aprile 1976, il cantautore romano tenne un concerto al Palalido di Milano, dove subì una violenta contestazione da parte di frange estremiste extraparlamentari che lo accusarono di essere un “capitalista” e un “traditore” della classe operaia.

    Violenti, sì: quei contestatori furono violenti, ma forse, violenza a parte, avevano ragione.

    La musica d’autore come specchio della realtà e della storia

    Il cantautorato, che per sua stessa definizione parteggia per un mondo giusto, onesto e pieno di teste pensanti – spesso offrendo una lettura spietata ma realistica della realtà sociale e umana. Lo abbiamo visto in Italia e lo abbiamo visto negli U.S.A, negli ultimi tempi, proprio con Bruce Springsteen e la sua Streets Of Minneapolis, scritta contro le violenze dell’ICE.

    Ma Francesco De Gregori…

    Ma se per De Gregori il Boss dovrebbe evitare di esprimersi, perché è inutile, perché non sta bene sensibilizzare, perché la realtà è complessa (e a proposito… di Bob Dylan che ne pensa?), di che cosa parliamo?

    La dissonanza cognitiva e il conto dell’incoerenza

    Non sarà che questo combattivo e schietto Bruce, nella testa di De Gregori agisca da sveglia per l’incoerenza tra idee, parole e azioni del nostro stagionato poeta in musica? La sintomatologia è chiara e precisa: nel doversi giustificare di fronte al mondo dei social che lo disapprova e deride, canzonandolo (scusate il gioco di parole) quando riscrive, ad esempio, il testo di Generale, Francesco preferisce minimizzare (o, come direbbe qualcuno “mettere le mani avanti”) dicendo che è inutile parlare di politica, perfino nelle canzoni.

    Caro Francesco, ma che cosa vuoi analizzare?

    Nato contro la guerra, Generale è un pezzo apertamente schierato che De Gregori ha molto, molto capitalizzato. Nato sulle corde di una chitarra in pochissime ore, Streets of Minneapolis esprime l’urgente bisogno collettivo di denunciare le violenze di Minneapolis. Provare imbarazzo nel vedere un collega così apertamente schierato, a me, ricorda tanto quel recente “Non condivido e non condanno” meloniano: una posizione di comodo assunta probabilmente per non ammettere ciò che quegli estremisti violenti di Milano nel 1976 sapevano già.

    Ecco perché, cari Autori, quando ciò che si dice è diverso da ciò che si pensa e si fa, l’intelligenza e la sensibilità umana vi presentano il conto.


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