Immaginate il corridoio di una facoltà universitaria. Si trova al primo piano, in un quartiere di periferia. Una studentessa lo attraversa ansiosa pensando all’esame imminente. Lungo il suo percorso la ragazza incontra tante aule con le porte costruite in un banalissimo stile moderno e seriale che intervallano il muro dipinto quasi dello stesso scialbo colore. Quelle stanze hanno banchi e sedie e armadietti e computer e lavagne elettroniche e schermi e una cattedra: un arredamento comune, insomma, a tutte le aule di tutti gli atenei del mondo. Ma alcuni di quei locali contengono qualcosa in più che li rende particolari: alcuni strumenti musicali, un pianoforte. La ragazza cammina guardandosi attorno e nelle vetrate e abbassa gli occhi sul pavimento. Attraversa un tappeto di mattoni e quel muro bicolore, e le ricordano vagamente il piano di una scacchiera. A un certo punto, il corridoio s’allarga divenendo una passerella che si affaccia sull’ingresso principale della facoltà universitaria, posto al piano terra. Coi gomiti appoggiati sul parapetto, quasi come affacciata ad un balcone, la studentessa ripete mentalmente le nozioni più difficili da ricordare e sceglie di porsi quelle domande che ritiene le più probabili, visto che su quesiti come quelli, tra breve, sarà chiamata a rispondere.
Finalmente la ragazza giunge nell’aula “P” contrassegnata da un numero. Qui ci sono già altri studenti con lo stomaco strizzato dalla preoccupazione e la voce e la mano alzate per rispondere all’appello. L’esame comincia per i primissimi della lista, tra gaffe, difficoltà e risposte corrette. In cattedra, al DAMS dell’università di Roma – Tor Vergata, c’è l’insegnante di Sociologia della Musica, che interroga. La studentessa, seduta al banco, pazientemente aspetta che arrivi il suo turno e ascolta: secoli di musica italiana, intanto, le passano davanti in modo figurato, mentre nella testa le risuonano note e si materializzano ricordi o immagini astratte di storia del costume nazionale: la musica dei nostri giorni e quella dei nostri genitori e poi quella dei nonni e dei bisnonni, dalla prima aria d’opera che divenne canzone, al canto delle lavandaie napoletane del ‘700, all’eco delle serenate intonate sotto ai balconi, alla storia di ‘O sole mio – un brano più celebre del nostro inno nazionale –, ai ragazzi con la vespa e i juke box, agli “urlatori” con le Cadillac che emulavano le star della musica americana, fino al pop odierno, ai cantautori, al Festival di Sanremo …
Tra gli esaminandi c’è chi sa suonare, anzi: in quel corso, gli studenti sono quasi tutti dei musicisti, tanto che la ragazza seduta che aspetta e pensa, con quei suoi tre accordi che saprebbe al massimo strimpellare su una chitarra, teme proprio di non farcela o di riuscire a superare l’esame a stento. Ma lei non è l’unica a tentennare: uno studente è imbarazzato perché non sa rispondere sulla biografia di Sergio Endrigo e Umberto Bindi …
Allora, l’assistente di cattedra – che non smette di insegnare, neppure il giorno degli esami – va a sedersi al pianoforte che si trova in un angolo della stanza. La pianista intona “io che amo solo te”, perché vorrebbe riuscire a trasmettere al suo allievo la grandezza di Endrigo e l’emozione della canzone che ci permette di ricordarlo di più. La classe ascolta assorta. Il professore, seduto in cattedra, aspetta e sorride godendosi l’interpretazione della collega. Alla fine, tutti gratificati da quell’ascolto-lezione, non sanno se applaudire: non lo fanno, ricordandosi d’essere in un’aula universitaria dov’è in corso un esame. Dopo aver suonato e cantato, la pianista torna a sedersi in cattedra, riprendendo il colloquio col suo studente impacciato. I candidati all’esame sono tanti e così i due insegnanti decidono di convocare gli esaminandi due per volta, suddividendosi il lavoro. Ora la ragazza sa che, per la sua possibile figuraccia, ha da scegliere tra due persone. Lei preferirebbe sostenere l’esame col sociologo poiché – non essendo una musicista – un colloquio con la pianista la spaventerebbe di più. Passano molti minuti e studenti e domande e voti sul registro e storie di canzoni. La stanchezza e la svogliatezza catturano i presenti, mentre la paura e l’impazienza s’impadroniscono dei pochi studenti rimasti in aula, ad aspettare consumandosi nell’ansia. Finalmente giunge il turno della ragazza. Dalla cattedra sente chiamare il suo cognome. La studentessa distoglie lo sguardo dai suoi appunti incontrando quello della professoressa che la invita a sedersi dall’altro lato della cattedra. Le vengono rivolte domande non troppo difficili, per fortuna, ma alcune richieste complicatissime: la struttura armonica di “Creuza de ma” di De Andrè non è cosa semplice da spiegare per chi non sa suonare …
La ragazza però è preparata e sa che in quei minuti deve rimboccarsi le maniche, perché il suo esame si sta rivelando faticoso. Mentre cerca le risposte corrette da fornire alla sua interlocutrice, guarda il professore, seduto poco distante da lei, impegnato con l’esame di un altro studente. La prova della studentessa finisce, con un bellissimo voto, una firma sul registro e una stretta di mano ai due docenti: finalmente è libera di uscire da quella stanza, di ripercorrere il corridoio e di fermarsi sulla passerella del primo piano, dove appoggiarsi, sospirare e pensare: «è finita, finalmente, perché non ne potevo più! Per fortuna mi è andata bene!».
… io non conosco altri modi per salutare Gianni Borgna se non questo racconto. Sui personaggi illustri e importanti per la musica e la cultura italiana, solitamente, si spendono fiumi di parole, spesso retoriche – quando queste persone vanno via -, qualche volta frasi scontate – quando parlano di personaggi che hanno biografie più che note.
Gianni Borgna è stato anche uno dei più importanti storici della musica del nostro Paese. E il suo nome – che è invisibile sul curriculum di una piccola giornalista musicale e di provincia – diventa qui una modesta ma cara citazione di musiche&culture: un blog che ha per sottotitolo “spazi, tempi ed esperienze musicali”, perché la sua autrice, è di storie di musica che scrive e, se lo fa ed è in grado di farlo… lo deve anche a una persona così, che aveva cercato di insegnarle qualcosa, dedicandosi alla musica, all’ insegnamento, alla storia, alla vita civile e politica di questo Paese.
Dunque, pur essendo triste e dispiaciuta, non volendo apparire retorica e scontata, continuo a condividere le esperienze musicali che riempiono le pagine di questo blog con chi leggerà o ascolterà. Da oggi, questa pagina web contiene un lungo, personale, racconto che ad altri potrà sembrare insignificante. Ma ho voluto scriverlo perché, se esiste una cosa che fa grande la musica, è proprio quel suo risuonare all’infinito nel mondo e tra le persone, grazie a quanti in maniera appassionata, divertita, modesta o magari importante, istituzionale ed eccellente, se ne fannoi portatori, condividendola ogni giorno, senza abbandonarla.
Oltre alle lezioni, di Gianni Borgna mi restano libri sottolineati con l’evidenziatore, voti d’esame, appunti scarabocchiati e tanta, tantissima musica da ascoltare, capire e continuare a raccontare. Tutto ciò, non può essere considerato un addio!
(un ringraziamento a Cinzia Gangarella e a tutti gli altri miei ex insegnanti del Dams)
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Ciao sto guardando il festival di Sanremo e ho ascoltato Gino Paoli che ha detto parole bellissime a proposito di musica e canzoni che ti permettono di non perdere quello che senza della musica non potresti ricordare. Mi appassiona la musica dei cantautori. Avevo letto un libro molto bello scritto da Gianni Borgna proprio su Paoli e sulla militanza politica di questo grande uomo della cultura italiana ti faccio i complimenti per il sito e ti ringrazio per avermi fatto conoscere un cantautore che amo molto adesso è che spero possa vincere Sanremo ossia Diodato.