Miles Davis e Sonny Rollins: ancora insieme per la musica dell’aldilà

da Giuseppina Brandonisio

Li avevano soprannominati rispettivamente The Prince of the Darkness e The Colossus of Saxophone.

Il 25 e 26 maggio sono due date che gli annali del jazz ora accosteranno per sempre: Il 25 maggio 2026 muore quel colosso del sax che è stato Sonny Rollins; il 26 maggio 2026 Miles Davis, il Principe delle tenebre, avrebbe compiuto cent’ anni. Similitudini temporali che ricompongono, in un colpo solo, la grande epopea del jazz e di due vite che si inseguono, si sfiorano, si rispondono a distanza di frase e di pausa, fino alla fine.

Sonny Rollis, perfezionista e innovatore

Sonny Rollins è morto nella sua casa di Woodstock, proprio quella Woodstock resa celebre dagli Hippies e dal rock. Theodore Walter Rollins, che deve il suo nomignolo “Sonny” alla nonna, si era trasferito a Woodstock nel 2013 e nel 2014 si era ritirato definitivamente dalle scene, morendo il 25 maggio 2026 a causa di una fibrosi ai polmoni.

Nacque il 7 settembre 1930 da genitori delle Isole Vergini. Le radici caraibiche risuonano nella sua musica, sebbene vada considerato uno dei principali inventori dell’Hard Bop. Miles Davis (26 maggio 1926), figlio dell’Illinois e cittadino del mondo, coltivò fin da giovane un’estetica della sottrazione: poche note, scelte come pietre preziose, e la costruzione del silenzio come elemento melodico, essenziale, minimalista.

Intreccio di musica e amicizia

La loro amicizia e il primo incontro artistico sono leggenda: New York, gli studi della Prestige, la complicità con Charlie Parker. Nel 1953 le session con Parker — Compulsion, The Serpent’s Tooth, ’Round Midnight — li misero fianco a fianco; nel 1954 i materiali che finiranno in Bags’ Groove suggellarono quell’intreccio. Amici e colleghi, però diversi nelle traiettorie: Rollins cercò in Monk il pungolo ritmico e la strana sapienza d’imperfezione; Miles recepì Parker come detonatore ma si nutrì anche delle collaborazioni orchestrali con Gil Evans e degli incontri con i grandi pianisti e arrangiatori.

Paralellismi di carriera

Giovani prodigi del bebop: entrambi cresciuti nell’era parkeriana, poi alla ricerca di una voce propria.
Ritiri e ritorni: Rollins si ritirò volontariamente due volte (il famoso ritiro sul Williamsburg Bridge tra 1959-1961 e quello lungo tra 1967-1971 per viaggi, yoga e studio) tornando con The Bridge e con rinnovata forza; Miles attraversò cadute e rinascite (lotta alla dipendenza, poi nuove stagioni creative) e ogni volta riemerse cambiando pelle.
Innovazione formale: Miles inventò il linguaggio della trattenuta e, con lavori come Birth of the Cool e Kind of Blue, il jazz modale; poi con Bitches Brew lanciò il jazz elettrico e la fusione. Rollins riplasmò l’improvvisazione tematica, dilatando i motivi e trasformando lo sviluppo dell’assolo in narrazione estesa (vedi Freedom Suite, Saxophone Colossus, The Bridge).

Mentori e influenze

Sonny: Thelonious Monk fu punto di riferimento formale e concettuale; Coleman Hawkins un modello tonale; il mondo caraibico fornì materiale melodico e ritmico.
Miles: Charlie Parker lo scosse, Gil Evans e gli arrangiamenti orchestrali gli fecero esplorare colori timbrici, e l’interazione con musicisti come John Coltrane gli aprì dialoghi nuovi.
Album e formazioni (selezione essenziale)

I dischi: Sonny Rollins

Saxophone Colossus (1956): Rollins con Tommy Flanagan (piano), Doug Watkins (basso), Max Roach (batteria) — uno dei vertici del suo primo periodo.
Freedom Suite (1958): incarna la sua voce politica e tematica.
The Bridge (1962): formazione che include Jim Hall (chitarra), Bob Cranshaw (basso) e Ben Riley (batteria) — frutto del ritiro e dell’allenamento sul ponte.
Live al Village Vanguard (anni ’50/’60): Rollins nel trio (senza pianoforte in molte versioni), dimostrando la sua arte dell’interplay.
Molte delle sue formazioni privilegiano il trio sassofono-basso-batteria o l’aggiunta della chitarra per maggiore apertura armonica.

Miles Davis

Birth of the Cool (1949–50): il nonetto con Gil Evans, Gerry Mulligan e altri — cool jazz e costruzione di nuovi timbri.
Kind of Blue (1959): con Bill Evans, Cannonball Adderley, John Coltrane, Paul Chambers, Jimmy Cobb — il manifesto del jazz modale.
First Great Quintet (metà anni ’50): Miles, John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones — compattezza e ricerca melodica.
Second Great Quintet (1964–68): Miles, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, Tony Williams — sperimentazione armonica e ritmo flessibile.
Bitches Brew (1970): grande ensemble elettrico con McLaughlin, Zawinul, Corea, Shorter — apertura verso la fusione e il rock.
Concerti e momenti live che fecero epoca.

Miles: il ritorno al Newport Jazz Festival

Miles: il ritorno al Newport Jazz Festival del 1955 (con Coltrane), le tournée elettriche di fine anni ’60 e ’70 che scandalizzarono e rivoluzionarono le platee, le performance dove la timbrica veniva continuamente riformulata.
Rollins: le sue apparizioni al Village Vanguard e i concerti dove praticava il trio senza pianoforte, mettendo alla prova la sua capacità di creare armonia e ritmo dal fraseggio solo.
Innovazioni introdotte.

Il suo motto: “Less is more”

Miles: il concetto del “less is more”, l’uso del silenzio come materia, l’introduzione e legittimazione degli strumenti elettrici e delle strutture aperte nel jazz.
Rollins: l’improvvisazione tematica e lunga forma narrativa, la rielaborazione di motivi folklorici e popolari, la pratica del trio come laboratorio di suono e libertà.

Aneddoti poco noti e piccoli ritratti

Rollins e il Williamsburg Bridge: non è mito retorico ma immagine fondante: ore e ore di esercizio all’aperto per saggiare il respiro, il vento e costruire frasi che fossero indistruttibili. Dopo quel ritiro arrivò The Bridge, con i fraseggi che sembrano usciti da quegli allenamenti sotto il cielo di New York.
Rollins camminatore-compositore: molte melodie nascevano durante passeggiate: spesso ritrovava idee quando lasciava lo strumento e si metteva semplicemente a camminare.
Miles e il Harmon mute: la scelta del mute (e le sue manipolazioni del suono) fu più che un vezzo tecnico: fu costruzione di una voce, un colore che divenne marchio di fabbrica su dischi come Kind of Blue.
Miles e la sartoria del suono: cambiava mute, prese cura del materiale della sua tromba e considerava il setup come parte della composizione timbrica.
Entrambi, fuori dal palco, erano custodi di abitudini non banali: Miles pittore mancato, uomo di gusti militanti e spesso ruvido; Rollins disciplinato, curioso delle filosofie orientali, capace di iniziative quasi ascetiche.
Formazione umana e professionale: convergenze e divergenze.

Maestri e talent scout

Entrambi furono maestri nel creare cast di giovani talenti attorno a sé: Miles lanciò e plasmò carriere (Coltrane, Shorter, Hancock); Rollins, con le sue formazioni elastiche, fu punto di riferimento per batteristi e bassisti che dovevano imparare a rispondere al discorso lungo del suo sassofono.
Divergevano nella tensione verso il palcoscenico: Miles spesso cercò il grande board, la provocazione pubblica; Rollins cercò la perfezione tecnica, l’allenamento privato e la costruzione interiore.
Epilogo
Le date del 25 e del 26 maggio diventano così emblema immortale del loro eccezionale interplay. Ci hanno lasciato dischi che sono manuali di stile e di suono, formazioni che hanno segnato epoche, concerti che hanno cambiato il pubblico e la storia. Le loro innovazioni restano strumenti: il silenzio evocato da Miles, la digressione tematica di Rollins — e dentro quelle scelte la promessa che la musica continua, che le jam session immaginarie tra i due, in qualunque altra dimensione avvengano, sono ancora il suono magnifico di questo universo da noi abitato.

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