Fedez e l’efficacia comunicativa di Battito

da Giuseppina Brandonisio

Avrebbe meritato il Premio della Critica, secondo me, ma Fedez, si sa, è un personaggio negativo e non canta i buoni sentimenti come fa Simone Cristicchi, soave e poetico anche quando nelle sue canzoni parla della malattia mentale.
Fedez no, lui non sublima, né il dolore né il male: è crudo, schietto, sincero, vive, soffre, è un’agonia, un pugno allo stomaco e te lo fa avvertire chiaramente quando porta sul palco dell’Ariston un pezzo potente come Battito, che dà persino all’allucinante, logorante  e bistratta musica trap un motivo per esistere oltre i cliché, la violenza e la povertà lessicale. Con Fedez diventa qualcosa di assolutamente nuovo, originale, di qualità, e che prima mancava nel panorama musicale: una degna evoluzione di quel genere, il rap, in cui lui è senza ombra di dubbio uno dei maestri in Italia.
Troppo gossip, troppo rumore per nulla, troppe chiacchiere e congetture (perfino sulle lenti a contatto scure) hanno avvolto Fedez, e questo brano, che francamente considero fra i più sinceri e forti del Festival di Sanremo, considerando il fatto che nessuno  – e sottolineo nessuno  – dei cantanti in gara, prima di presentarsi, avesse omesso di considerarne la convenienza (in termini economici, di visibilità, di presenza radiofonica…) decidendo di mettere la propria canzone nella vetrina del Festival di Sanremo. E, forse, Battito – pezzo nel quale Fedez mostra sé stesso scarnificato, sfinito, spacciato e agonizzante dal punto di vista emotivo – è uno dei meno radiofonici: è il più realistico, è capace di toccare vette altissime, con pathos, riesce ad abbattere gli stigmi e i tabù che ancora resistevano sulla salute mentale.
Il cantante, infatti, ha trovato il coraggio ma anche l’intensità, la franchezza, la comunicativa giusta e coerente per parlare della depressione senza edulcorarne il carattere.
Battito risulta potente e prorompente per questo.
Battito non è nemmeno una canzone: è un lento e inesorabile scivolamento nell’abisso più profondo, una lotta contro sé stessi e il proprio stato mentale, la strenua, affannosa ricerca di una boccata d’ossigeno, di uno spiraglio. Il tutto è sapientemente sottolineato anche dal ritmo incalzante delle strofe e il climax ansiogeno e disperato del ritornello:
Dentro i miei occhi
Guerra dei mondi
Tu mi conosci
Meglio di me
Vorrei guarire
Ma non credo
Vedo nero pure il cielo
Vetri rotti schegge negli occhi
Prenditi i sogni
Pure i miei soldi
Basta che resti lontana da me
Fedez incarna la canzone e l’estetica: il look, la sua presenza scenica, l’esteriorità, insomma (lenti a contatto nere comprese), convergono sul contenuto e sul messaggio da esprimere.
I suoi respiri corti costringono anche il pubblico dell’Ariston a trattenere il fiato, finché la canzone non finisce, allora la stretta allo stomaco si allenta e si sente il lungo e liberatorio applauso.
Una performance artistica tra le più riuscite  che pone Fedez tra coloro che con le canzoni hanno ancora qualcosa da dire (cantautori compresi) e capace di provocare una profonda rottura degli schemi sociali e del pensiero comune: esattamente ciò che l’Arte (con la “A” maiuscola) dovrebbe fare e che questa canzone  – così vissuta e cucita addosso al suo interprete, tanto da rappresentarne la pelle e la carne viva – sicuramente sa fare.
https://fondazionefedez.org/

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