L’arte della Russia è il sangue

da Giuseppina Brandonisio

La Russia contestata alla Biennale di Venezia. “L’arte della Russia è il sangue”. Uno slogan potente, destinato a diventare il simbolo politico della Biennale di Venezia 2026. Le Pussy Riot tornano a far sentire la propria voce contro il regime di Vladimir Putin e lo fanno nel cuore della più importante manifestazione internazionale dedicata all’arte contemporanea.

Accanto al collettivo femminista russo, fondato da Nadežda Tolokonnikova, a contestare la presenza del padiglione russo, anche le attiviste di FEMEN, il movimento nato in Ucraina e noto per le proteste radicali contro autoritarismo, guerra e patriarcato.

Con passamontagna fucsia, fumogeni gialli e blu e slogan contro il Cremlino, la protesta ha trasformato l’apertura della Biennale Arte 2026 in un caso politico internazionale.

La contestazione è esplosa davanti al padiglione russo della Biennale, tornato ufficialmente a Venezia dopo anni di assenza legati all’invasione dell’Ucraina.

Le attiviste hanno urlato slogan durissimi:

“Russia kills, Biennale exhibits”
“No Putin in Venice”
“Blood is Russia’s art”

Per circa mezz’ora la manifestazione ha paralizzato l’area dei Giardini della Biennale, mentre la polizia italiana impediva ai manifestanti di entrare nel padiglione.

Secondo le Pussy Riot e FEMEN, la presenza della Russia alla Biennale rappresenta un tentativo di “normalizzazione culturale” del regime di Putin attraverso il soft power artistico.

Buttafuoco: missino e ultra-tradizionalista convertito all’Islam

Al centro della bufera c’è il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, accusato dagli attivisti di aver favorito il ritorno ufficiale della Russia.

Giornalista e scrittore siciliano, Buttafuoco proviene dalla destra post-missina italiana. Negli anni Novanta è stato vicino al Movimento Sociale Italiano e successivamente all’area politica di Gianfranco Fini e Alleanza Nazionale.

Nel 2023 è stato nominato presidente della Biennale dal governo guidato da Giorgia Meloni, scelta interpretata da molti osservatori come il segnale di una nuova direzione culturale impressa dalla destra all’istituzione veneziana.

Buttafuoco è considerato una figura atipica nel panorama conservatore italiano. Pur mantenendo rapporti culturali e politici con ambienti della destra sovranista, nel corso degli anni ha sviluppato un forte legame con la cultura islamica, fino alla conversione all’Islam. Nei suoi libri e interventi pubblici ha spesso criticato il liberalismo occidentale e sostenuto una visione mediterranea e spirituale della politica e della cultura.

La posizione di Buttafuoco sulla Russia alla Biennale

Buttafuoco ha difeso la decisione di riaprire il padiglione russo sostenendo che l’arte non debba essere censurata per motivi geopolitici.

Secondo il presidente della Biennale, Venezia deve restare uno spazio di dialogo universale, aperto anche nei momenti di conflitto internazionale.

Una posizione che però ha scatenato proteste da parte di artisti ucraini, attivisti europei e istituzioni comunitarie. La Commissione europea ha infatti minacciato di sospendere un finanziamento da due milioni di euro alla Biennale, ritenendo problematica la partecipazione della Russia durante la guerra in Ucraina.

Nadežda Tolokonnikova, leader storica delle Pussy Riot e simbolo dell’opposizione a Putin, ha cercato di incontrare personalmente Buttafuoco nella sede della Biennale, a Ca’ Giustinian.

Il presidente però non era presente. L’attivista ha quindi consegnato un documento ufficiale per spiegare le ragioni della protesta.

Nel frattempo, fuori dalla sede, le manifestanti continuavano a gridare:
“Fuori il sangue russo da Venezia”.

Matteo Salvini difende la Biennale contro le pressioni UE

La protesta delle Pussy Riot ha rapidamente assunto una dimensione politica nazionale ed europea.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso le distanze dalla decisione della Biennale, definendola autonoma rispetto all’indirizzo del governo.

Diversa invece la posizione della Lega di Matteo Salvini, che ha criticato le pressioni dell’Unione Europea contro Venezia e si è opposta all’ipotesi di tagliare i fondi alla manifestazione.

Per Salvini, la Biennale deve restare uno spazio libero da censure culturali e interferenze politiche. Ha dichiarato d’aver “goduto” nell’ammirare l’arte russa e, da Vice Presidente del Consiglio, non ha speso una sola parola critica contro il regime di Putin, il che lo mette in una posizione piuttosto grottesca e surreale. Come Giorgia Meloni, che prende le distanze dichiarando: “Il governo non è d’accordo, ma la Biennale è una fondazione autonoma”, fingendo di scordare che Buttafuoco, Presidente della Biennale, l’avesse nominato lei.

Il caso Russia dimostra come la Biennale di Venezia 2026 sia diventata molto più di una semplice esposizione artistica.

Le proteste contro i padiglioni di Russia e Israele, le accuse di propaganda culturale e le tensioni internazionali hanno trasformato la manifestazione in una vera arena geopolitica.

Ed è proprio qui che il messaggio delle Pussy Riot assume un significato ancora più forte: secondo le attiviste non può esistere neutralità culturale mentre è in corso una guerra.

Dietro le installazioni, le performance e le opere esposte, il collettivo vede il tentativo di ripulire l’immagine internazionale della Russia di Putin. “Nadia” vive in esilio, tra l’Europa e gli Stati Uniti. Oggi è cittadina islandese e non può tornare in Russia.
Nadežda “Nadia” Tolokonnikova è inclusa nella lista dei ricercati del Ministero dell’Interno russo dal 2023. Attualmente vive e opera al di fuori della Russia, sostenendo attivamente l’Ucraina e l’opposizione russa, il che la rende a rischio di arresto immediato in caso di rientro in patria, per le sue posizioni critiche verso il Cremlino, il sostegno ad Aleksej Naval’nyj e l’opposizione all’invasione russa dell’Ucraina.

Per questo il loro slogan colpisce così duramente:
“L’arte della Russia è il sangue” e viene urlato a dispetto di qualunque censura, qualsiasi simpatia malcelata di Salvini, altri ministri e amici del Governo Meloni, quando simulano pluralità e diritto all’espressione degli artisti russi ma, in realtà, si piegano alla logica imperialista del capo del Cremlino che, gli artisti russi, perseguita come tutti i dissidenti.
E questa non si chiama né libertà né democrazia.

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